Chi si avvicina oggi alla sostenibilità aziendale si trova quasi sempre davanti alla stessa domanda: da dove si comincia? GRI, ESRS, VSME, SDGs — le sigle si moltiplicano, i consulenti ne parlano come se fossero interscambiabili, e spesso finiscono tutte nella stessa categoria generica di “cose da fare per essere a norma”.
La realtà è più interessante. Questi strumenti non fanno la stessa cosa, non si rivolgono alle stesse aziende e non rispondono alle stesse esigenze. Ognuno ha una logica precisa, e capire quale sia permette di fare scelte molto più concrete di quanto il panorama normativo possa far sembrare.
Prima di tutto, le definizioni di base.
Il GRI è uno standard globale di reporting che aiuta le organizzazioni a rendicontare i propri impatti ambientali, sociali ed economici.
Il VSME è lo standard volontario sviluppato da EFRAG per la rendicontazione di sostenibilità delle micro, piccole e medie imprese non quotate.
Gli ESRS sono gli European Sustainability Reporting Standards, cioè gli standard europei per la rendicontazione di sostenibilità, obbligatori per le imprese soggette alla CSRD.
Gli SDGs sono i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile definiti dall’ONU nell’Agenda 2030. Non sono uno standard di rendicontazione: non spiegano come misurare, ma verso quali obiettivi orientare strategie e azioni.
Chiarito questo, vale la pena capire come questi strumenti si sono sviluppati nel tempo e perché oggi convivono senza essere intercambiabili.
Come si è arrivati fin qui: una traiettoria più che una somma di strumenti
Per capire davvero il ruolo di GRI, ESRS, VSME e SDGs, è utile guardarli in prospettiva, non come elementi isolati ma come passaggi di un’evoluzione che ha accelerato molto negli ultimi anni.
2015 – Gli SDGs ridefiniscono la direzione. Le Nazioni Unite introducono i 17 Sustainable Development Goals nell’ambito dell’Agenda 2030. Per la prima volta si definisce un linguaggio comune per parlare di sviluppo sostenibile su scala internazionale, con obiettivi condivisi su ambiente, società ed economia da raggiungere entro il 2030. Le imprese iniziano a utilizzarli per collegare le proprie attività a priorità più ampie, ma senza un vero sistema di misurazione sottostante. Secondo KPMG, il 75% delle aziende intervistate utilizza oggi gli SDGs nel proprio reporting, un dato stabile che suggerisce però ancora un uso prevalentemente narrativo più che strategico.
2016 – Il GRI compie un passo formale decisivo. Con il passaggio dalla struttura delle linee guida ai GRI Standards veri e propri, il framework consolida la propria identità come standard internazionale di riferimento per la rendicontazione degli impatti ambientali, sociali ed economici. Applicabile a qualsiasi organizzazione, grande o piccola, pubblica o privata, il GRI non è obbligatorio ma è diventato il linguaggio dominante del reporting volontario a livello globale. Ancora oggi è utilizzato dal 71% delle principali aziende nazionali (N100) e dal 77% delle G250 analizzate da KPMG, con picchi del 94% in paesi come Spagna, Giappone e Corea del Sud.
2023 – La CSRD e gli ESRS portano la sostenibilità nel perimetro normativo europeo. È utile distinguere i due livelli: la CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) stabilisce chi deve rendicontare, ovvero quali imprese sono soggette all’obbligo. Gli ESRS definiscono come, cioè quali informazioni comunicare nel bilancio di sostenibilità e secondo quale struttura. Il primo set di ESRS è stato adottato dalla Commissione europea il 31 luglio 2023. Le prime grandi imprese quotate hanno pubblicato il proprio bilancio di sostenibilità a inizio 2025, riferito all’esercizio 2024.
2024 – Il VSME prende forma definitiva. EFRAG pubblica la versione definitiva del Voluntary Sustainability Reporting Standard for non-listed SMEs. Nasce per dare alle micro, piccole e medie imprese non quotate, incluse quelle con meno di 250 dipendenti, uno strumento proporzionato, accessibile e coerente con il sistema europeo, senza replicare il peso organizzativo degli ESRS obbligatori.
2025-2026 – Il sistema si ridefinisce con il Pacchetto Omnibus. Nel 2025 la Commissione Europea raccomanda ufficialmente il VSME come riferimento volontario per la rendicontazione delle PMI (Raccomandazione 2025/1710), standardizzando le richieste di dati ESG lungo la catena del valore. Il 26 febbraio 2026 viene pubblicata in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea la Direttiva 2026/470, il cosiddetto Pacchetto Omnibus I, adottato il 24 febbraio 2026 ed entrato in vigore il 18 marzo 2026, che ridisegna la platea dei soggetti obbligati: restano tenute alla rendicontazione ESG solo le imprese con ricavi netti superiori a 450 milioni di euro e almeno 1.000 dipendenti. Una soglia molto più alta rispetto all’impianto originario della CSRD, che avrebbe interessato circa 50.000 imprese europee.
Il Pacchetto Omnibus introduce anche il concetto di “impresa protetta”: ogni impresa con meno di 1.000 dipendenti che opera nella catena del valore di un’impresa obbligata. A queste realtà non potranno essere richieste informazioni che vadano oltre quanto previsto dagli standard VSME, un argine concreto all’effetto a cascata che spesso trasforma la compliance delle grandi aziende in un onere informativo illimitato per i loro fornitori.
La riduzione degli obblighi formali non significa però che le PMI possano ignorare il tema. Le richieste lungo la catena del valore, da clienti, banche e grandi aziende, continuano a crescere indipendentemente dagli obblighi normativi. È esattamente qui che il VSME diventa centrale.
GRI, ESRS, VSME e SDGs: quattro logiche diverse
A questo punto la differenza tra questi strumenti diventa più leggibile se la si osserva dal punto di vista della funzione.
GRI – Il linguaggio globale degli impatti. Continuano a rappresentare il punto di riferimento quando un’azienda vuole costruire un bilancio di sostenibilità completo e riconoscibile a livello internazionale. I GRI si concentrano sulla materialità d’impatto: cosa fa l’azienda al mondo esterno, in termini ambientali, sociali ed economici. Sono volontari, flessibili e applicabili a organizzazioni di qualsiasi dimensione e settore. Per chi non ha obblighi CSRD e vuole comunque rendicontare in modo credibile e strutturato, restano spesso la scelta più efficace e il punto di partenza più solido per chi intende poi allinearsi agli ESRS.
ESRS – Il perimetro normativo europeo. Non vanno confusi con la CSRD: la direttiva stabilisce chi è obbligato, gli ESRS stabiliscono cosa e come rendicontare nel bilancio di sostenibilità. Introducono il principio della doppia materialità, per cui le imprese devono rendicontare sia sugli impatti che hanno sul mondo esterno sia sui rischi che il mondo esterno genera per loro, e un livello di dettaglio che include la trasparenza sulle emissioni Scope 1 e Scope 2, la gestione della catena del valore e gli obiettivi di riduzione climatica. Nel luglio 2025, EFRAG ha pubblicato le bozze degli “Amended ESRS Exposure Draft”, eliminando o rendendo facoltativi circa il 66% dei datapoint previsti negli standard settoriali, una semplificazione significativa in linea con la direzione del Pacchetto Omnibus.
VSME – Lo strumento proporzionato per le PMI. Non è un compromesso tra GRI e ESRS, ma un punto di equilibrio pensato per un contesto specifico: micro, piccole e medie imprese non quotate, incluse quelle con meno di 250 dipendenti, che non sono soggette alla CSRD ma che devono rispondere a richieste crescenti da parte di clienti, banche e grandi aziende della catena del valore. Si articola in due moduli: un Modulo Base, sufficiente per chi è alle prime armi con la rendicontazione ESG, e un Modulo Comprehensive per chi deve rispondere a richieste più articolate da parte di istituti finanziari o partner commerciali. Dal 2025 è il riferimento ufficiale europeo raccomandato per le PMI e con il Pacchetto Omnibus diventa anche il limite massimo di informazioni richiedibili alle imprese protette lungo la catena del valore.
SDGs – La bussola strategica. Restano su un piano più alto. Non strutturano dati, non impongono requisiti, ma indicano le grandi priorità globali su ambiente, società ed economia da raggiungere entro il 2030. Sono spesso il primo punto di ingresso per molte aziende, utili per selezionare gli obiettivi più coerenti con il proprio modello di business e per collegare il bilancio di sostenibilità a una narrativa più ampia. Il rischio, ancora diffuso, è usarli come etichette di facciata senza un sistema di misurazione sottostante che le sostenga.
Vale la pena aggiungere un quinto riferimento che il dibattito pubblico tende ancora a sottovalutare: gli standard ISSB (International Sustainability Standards Board), in particolare IFRS S1 e S2. Pensati per rispondere alle esigenze degli investitori globali, si concentrano sulla rilevanza finanziaria dei rischi ESG. Sono già stati recepiti nell’aggiornamento degli ESRS del 2025 come punto di allineamento internazionale e per le aziende con azionisti o finanziatori globali stanno diventando un riferimento sempre più concreto.
Chi usa cosa, e perché
Guardando alle pratiche reali, emergono dinamiche abbastanza chiare.
Le grandi aziende obbligate alla CSRD usano gli ESRS come standard di riferimento normativo, spesso integrandoli con il linguaggio GRI per la parte di reporting volontario o per la comunicazione verso stakeholder internazionali. Con la semplificazione Omnibus il carico si alleggerisce, ma l’impianto resta.
Le imprese non obbligate, che sono oggi la grande maggioranza, si trovano in una posizione più libera ma non per questo più semplice. Non hanno obblighi diretti, ma subiscono una pressione crescente lungo la catena del valore. Il VSME è lo strumento pensato per loro: permette di rispondere in modo credibile e standardizzato senza costruire una struttura di rendicontazione sproporzionata rispetto alle proprie dimensioni. E quando clienti, banche o grandi aziende chiedono dati ESG più strutturati, avere già un percorso avviato, con dati raccolti, analisi di materialità impostata e bilancio di sostenibilità pronto, fa la differenza.
In entrambi i casi, il tema centrale non è più quale standard utilizzare, ma quanto un’azienda sia in grado di produrre dati affidabili, coerenti nel tempo e verificabili. La scelta dello standard è a valle di questa capacità, non a monte.
I numeri che spiegano il contesto
Alcuni dati aiutano a mettere a fuoco il quadro attuale.
Il GRI è utilizzato dal 77% delle 250 più grandi aziende mondiali (G250) e dal 71% delle principali aziende nazionali (N100) analizzate da KPMG 2024. Tra le organizzazioni che rendicontano attivamente la propria sostenibilità, il 90% lo adotta come riferimento: è il framework dominante nel reporting volontario a livello globale.
Le micro, piccole e medie imprese rappresentano circa il 99% delle imprese europee. Questo solo dato spiega perché il VSME non sia uno strumento accessorio, ma uno dei pilastri del sistema di rendicontazione che l’Europa sta costruendo e perché la Raccomandazione 2025/1710 abbia un peso specifico molto concreto per la maggior parte del tessuto economico del continente.
La verifica indipendente continua a crescere: il 69% delle G250 e il 54% delle N100 sottopone oggi i propri dati di sostenibilità ad assurance esterna. Nei paesi dove la CSRD è già operativa questa percentuale è destinata a salire ulteriormente, visto che l’assurance limitata sarà obbligatoria per tutte le imprese soggette alla direttiva.
La doppia materialità, uno dei concetti più innovativi introdotti dagli ESRS, è già adottata dal 50% delle G250: un segnale che la logica normativa europea sta influenzando anche chi non è ancora formalmente obbligato a seguirla.
Il punto che resta
GRI, ESRS, VSME e SDGs non sono strumenti alternativi tra cui scegliere. Sono livelli diversi di uno stesso sistema in evoluzione, a cui oggi si affianca il riferimento ISSB per la dimensione finanziaria globale.
Alcuni servono a strutturare i dati del bilancio di sostenibilità. Alcuni a rispettare regole. Alcuni a orientare strategie.
Il Pacchetto Omnibus ha ridisegnato i confini dell’obbligo, ma non ha ridotto la rilevanza del tema. Ha semmai chiarito che la rendicontazione ESG non è più solo una questione di compliance: è uno strumento che filiere, banche e mercati già usano per valutare le imprese, indipendentemente da ciò che impone la legge.
Capire il ruolo di ciascuno standard significa poter fare una scelta più concreta: costruire un sistema di sostenibilità proporzionato, credibile e sostenibile nel tempo, anche dal punto di vista organizzativo.
Perché alla fine, più che la sigla scelta, è questa capacità a fare davvero la differenza.
Da dove si comincia, concretamente
Orientarsi tra standard, obblighi e scadenze è complesso. Ma il punto di partenza non è scegliere il framework giusto, è avere gli strumenti per raccogliere, organizzare e rendicontare dati in modo affidabile, qualunque sia lo standard di riferimento.
È esattamente per questo che abbiamo costruito TreeBlock One: una piattaforma che accompagna le imprese lungo tutto il percorso ESG, dalla definizione della strategia con la selezione degli SDGs più coerenti con il proprio modello di business, fino alla generazione del bilancio di sostenibilità secondo gli standard GRI o VSME, passando per una gestione HR integrata con il calcolo automatico del Gender Pay Gap, il tracciamento delle categorie protette e la rendicontazione delle emissioni Scope 1 e Scope 2.
Per le aziende già soggette alla CSRD, TreeBlock One supporta una rendicontazione 100% compliance agli ESRS. Per chi ancora non lo è, ma riceve richieste crescenti dalla catena del valore, dalla banca o dai clienti, offre un punto di partenza proporzionato e scalabile, costruito per crescere insieme all’azienda.

