Food, abbigliamento e skincare: cosa c’è davvero dietro l’etichetta


Esiste un momento preciso in cui il dubbio si insinua. È quando si prende in mano un barattolo di crema, si guarda una maglietta appena comprata o si stappa una bottiglia con un bollino certificato, e ci si chiede: ma cosa significa davvero quello che c’è scritto?

È una domanda legittima, e sempre più frequente. In un mercato saturo di marchi, claim e promesse, orientarsi è diventato un lavoro a tempo pieno. Il problema non è la mancanza di informazioni, ma spesso il contrario: troppa comunicazione, troppi simboli, troppi hashtag. E in mezzo a tutto questo rumore, la realtà di ciò che si acquista rischia di perdersi completamente.

Il cibo certificato: cosa garantisce davvero quel bollino DOP

La certificazione DOP garantisce che un prodotto sia stato coltivato, prodotto e trasformato in una determinata area geografica, con standard qualitativi strettamente legati all’ambiente naturale e alle tradizioni locali. Suona come una garanzia solida. E in molti casi lo è.

Ma c’è una distinzione importante che il marketing tende a smussare: una DOP certifica l’origine e il rispetto di un disciplinare produttivo. Non certifica che quel prodotto sia il migliore sul mercato in assoluto. Questi marchi definiscono in maniera univoca determinate proprietà del prodotto, prime fra tutte la provenienza geografica e il metodo di produzione.

Esiste poi una gerarchia interna che vale la pena conoscere. La DOP richiede che l’intera filiera, dalla materia prima alla trasformazione, avvenga nell’area delimitata. La IGP è meno stringente: richiede che almeno una fase del processo avvenga nella zona geografica di riferimento. Tradotto: un prodotto IGP può avere materie prime che arrivano da altrove. Non è un difetto del sistema, ma è qualcosa che il consumatore medio quasi mai sa.

Frodi e contraffazione: il lato oscuro delle denominazioni

Il problema più difficile da vedere è un altro: le frodi. I prodotti più esposti sono proprio quelli con Denominazione di Origine, perché il Made in Italy fa gola a molti produttori fraudolenti. I meccanismi sono vari: dalla sostituzione di materie prime non conformi al disciplinare all’uso di diciture evocative come “tipo Parma” o “stile Parmigiano”, fino alla contraffazione vera e propria del marchio. Il fenomeno è in costante evoluzione e i controlli, per quanto capillari, non riescono a coprire l’intera filiera in tempo reale.

Eppure, secondo la ricerca della Luiss Business School su conoscenza e percezione delle denominazioni DOP e IGP, oltre il 96% degli italiani sa riconoscere questi marchi, ma la percentuale scende al 55% tra chi è consapevole che il loro carattere distintivo risieda nel legame con un territorio specifico. Un divario che racconta quanto questi simboli pesino sulle scelte d’acquisto, e quanto sia importante che dietro quei simboli ci sia sostanza, non solo reputazione.

La moda fast fashion

Se c’è un settore in cui la distanza tra percezione e realtà è diventata abissale, è quello dell’abbigliamento. La fast fashion ha costruito un sistema in cui prezzi bassi, collezioni continue e storytelling aspirazionale si combinano per rendere quasi impossibile capire cosa si sta comprando davvero.

A colmare questo vuoto di informazione ci ha pensato, negli ultimi mesi, Mattia Berveglieri: imprenditore di Castelfranco Emilia con vent’anni di esperienza nel settore tessile, fondatore del brand Numb. Ha trasformato la sua conoscenza tecnica in una missione digitale con un format tanto semplice quanto dirompente: entra negli store dei grandi marchi, analizza materiali, tagli e finiture filmando tutto, offrendo al pubblico una lente d’ingrandimento sul reale rapporto qualità-prezzo. La scintilla è nata durante un trasloco aziendale: si è ritrovato a buttare metri e metri di tessuti e materiali di produzione, e guardando quel cassone pieno si è chiesto quante cose stesse immettendo nell’ambiente senza rendersene conto.

La regola d’oro che suggerisce ai consumatori è controllare la percentuale di fibre naturali, applicando però il buon senso. In un maglione di lana o alpaca una piccola percentuale di poliammide può servire per dare struttura e resistenza. Diverso è il caso di una t-shirt 50% cotone e 50% poliestere: quella si può tranquillamente lasciare sullo scaffale.

Salute e microplastiche: il costo nascosto dei tessuti sintetici

Il tema non riguarda solo la qualità del capo, ma anche la salute di chi lo indossa. I tessuti sintetici come poliestere, nylon, acrilico ed elastan vengono spesso trattati con sostanze chimiche come formaldeide, ftalati e coloranti azoici, che possono provocare irritazioni e reazioni cutanee. Le microfibre plastiche non sono inerti: possono penetrare nell’organismo rilasciando additivi e composti tossici, con un rischio maggiore negli indumenti sportivi indossati a lungo a contatto con la pelle.

L’impatto ambientale è altrettanto concreto. I tessili sintetici sono responsabili di una quota compresa tra il 16% e il 35% delle microplastiche primarie che entrano negli oceani ogni anno. Nel 2024, secondo il Materials Market Report 2025 di Textile Exchange, il poliestere rappresentava il 59% della produzione mondiale di fibre, con l’88% proveniente da fonti fossili vergini: più della metà dei vestiti prodotti nel mondo è fatta, sostanzialmente, di plastica.

Anche il greenwashing è un problema strutturale in questo settore. Quando si legge “poliestere riciclato”, bisogna ricordare che si tratta comunque di poliestere, e che anche il processo per riciclarlo ha un impatto ambientale. Spesso sono operazioni che servono soprattutto a migliorare la reputazione dei brand, più che a ridurne davvero l’impatto: nonostante la crescita in volume assoluto del poliestere riciclato, da 8,9 milioni di tonnellate nel 2023 a 9,3 milioni nel 2024, la sua quota di mercato è scesa al 12% perché la produzione di poliestere vergine è cresciuta ancora più rapidamente.

La skincare coreana e il problema della contraffazione

Lo stesso schema si ripete nella cosmetica. La K-beauty ha conquistato i feed di mezzo mondo con ingredienti esotici, packaging kawaii e promesse di pelle perfetta. Il mercato dei cosmetici contraffatti è un fenomeno strutturale e in crescita: secondo uno studio congiunto OCSE-EUIPO, i cosmetici sono la categoria più sequestrata alle frontiere europee tra le merci contraffatte acquistate online, con perdite di vendita stimate in 3 miliardi di euro l’anno solo nell’Unione Europea. In Italia, il 21% delle famiglie ammette di aver acquistato almeno una volta un cosmetico falso, e il 12,9% lo ha fatto intenzionalmente.

Il rischio concreto non è di “applicare plastica sulla pelle”, come si legge a volte in modo allarmistico. È qualcosa di più sottile: usare prodotti con concentrazioni alterate di principi attivi o conservanti inadeguati.

Anche qui, leggere l’etichetta aiuta. Gli ingredienti di un cosmetico sono elencati in ordine decrescente di concentrazione, e i primi cinque rappresentano generalmente la parte predominante della formulazione. Un prodotto che sul packaging enfatizza un ingrediente raro ma lo inserisce in coda a una lista lunghissima sta comunicando qualcosa di molto diverso da ciò che promette. Molti produttori riportano informazioni fuorvianti: immagini che ritraggono materie prime contenute in quantità minima, dichiarazioni “naturale” e “biologico” riferite solo a qualche ingrediente dell’intera lista, o diciture come “senza parabeni” quando poi sono presenti altre sostanze potenzialmente problematiche.

Il filo che unisce tutto

Food, moda, skincare: settori diversi, stesso meccanismo. Un sistema che produce più valore quanto meno il consumatore sa. Le certificazioni diventano strumenti di pricing più che di garanzia reale.

L’errore più comune, come osserva lo stesso Berveglieri, è semplicissimo: non guardare le etichette. Si compra per impulso ciò che è di moda senza farsi domande. E i brand lo sanno, e ci costruiscono sopra strategie di comunicazione precise.

Qualcosa si muove sul fronte normativo. Con il Decreto legislativo n. 30 del 20 febbraio 2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 9 marzo, l’Italia ha recepito la Direttiva europea 2024/825 sulla responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde, volta a contrastare le pratiche commerciali mendaci legate alla sostenibilità ambientale. Le nuove disposizioni si applicheranno a partire dal 27 settembre 2026. Tra le pratiche ora considerate ingannevoli rientrano le affermazioni ambientali prive di supporto oggettivo, come “eco-friendly” senza alcun dato a sostegno, e le informazioni poco chiare su caratteristiche come riparabilità, durata o riciclabilità. Non è una soluzione definitiva, ma è un segnale che l’asse si sta spostando: dichiarare qualcosa non sarà più sufficiente, occorrerà dimostrarlo.

Nel frattempo, il potere rimane dove è sempre stato: nella consapevolezza.