COP30 a Belém: che cosa è venuto fuori (e cosa NO) sul futuro dei combustibili fossili


La Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico — COP30 — si è svolta a Belém, Brasile, dal 10 al 22 novembre 2025. Negli ultimi giorni della conferenza la questione dell’uscita dai combustibili fossili è tornata al centro del dibattito, con una massiccia mobilitazione di Paesi che hanno chiesto un “roadmap” chiaro per la decarbonizzazione globale. Le negoziazioni, però, si sono rivelate dure: pur essendosi registrata una forte spinta politica e sociale verso una transizione più rapida, il testo finale approvato non contiene una tabella di marcia vincolante per l’abbandono dei combustibili fossili.

Cosa è successo: i punti salienti della COP30

Mobilitazione per un roadmap sui fossili. Durante la conferenza oltre 80 Paesi (diverse testate riportano 82–83 nazioni) hanno formalmente espresso sostegno alla creazione di un piano globale per la progressiva eliminazione di carbone, petrolio e gas, chiedendo che la transizione fosse parte integrante dell’esito della COP. Questo appello è arrivato da coalizioni che includono nazioni del Pacifico, dell’Africa, dell’America Latina e numerosi Paesi europei.

Tensioni e resistenze. Nonostante il sostegno crescente, gruppi di Paesi — incluse delegazioni con forti interessi energetici o preoccupazioni per lo sviluppo — hanno fatto pressione per rimuovere riferimenti vincolanti sull’eliminazione dei fossili dal testo negoziale. Nelle ultime bozze il riferimento a una roadmap è stato indebolito o eliminato, generando frizioni e minacce di veto.

Testo finale e compromesso politico. Il pacchetto politico presentato dalla presidenza della COP è stato infine approvato (con discussioni prolungate e voto per consenso). Tuttavia — e questo è il punto politico più rilevante — il risultato finale non contiene una roadmap obbligatoria per il phase-out dei combustibili fossili, lasciando la questione alla discrezione di altri tavoli politici e alle iniziative nazionali e regionali.

Perché è importante il tema dei combustibili fossili — e perché il mancato accordo conta

Il settore energetico basato su carbone, petrolio e gas è la prima fonte globale di emissioni di CO₂: ridurlo è essenziale per rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. La richiesta di oltre 80 Paesi per una roadmap non è un atto simbolico: significa che una parte importante della comunità internazionale chiede chiarezza su tempistiche, risorse finanziarie, tutela dei lavoratori e meccanismi per una transizione “giusta”. Lo scarso progresso negoziale, invece, rischia di lasciare la responsabilità agli impegni nazionali (NDC) già spesso insufficienti, rallentando l’azione collettiva.

Chi si è opposto e perché: interessi geopolitici ed economici

Al centro del blocco negoziale ci sono Paesi e gruppi che dipendono dalle esportazioni energetiche o che temono ripercussioni socio-economiche rapide senza adeguati finanziamenti e misure di sostegno. Alcune delegazioni hanno considerato la proposta di roadmap come un “linea rossa”, chiedendo che i percorsi di transizione tengano conto delle diverse responsabilità storiche e delle esigenze di sviluppo. Questa divergenza riflette anche una frattura geopolitica più ampia, che ha reso complicato un accordo ambizioso e vincolante su scala globale.

Cosa è emerso oltre ai fossili: altri risultati rilevanti

Oltre alla discussione sui combustibili fossili, la COP ha visto aggiornamenti su: NDCs presentati da alcuni Paesi, nuove partnership per l’energia pulita (es. progetti di idrogeno), dossier su adattamento e fondi per perdita e danno, e un’attenzione rinnovata alle soluzioni naturali (foreste, riforestazione). Tuttavia numerosi esperti hanno sottolineato che, se non si accelera il phase-down dei fossili, questi progressi rischiano di essere troppo limitati rispetto alla scala della crisi.

Conclusione — cosa ci lascia la COP30

COP30 ha mostrato una forte volontà politica da parte di oltre 80 Paesi di imboccare la strada dell’uscita dai combustibili fossili, ma le contrapposizioni geopolitiche e le resistenze economiche hanno impedito che quella volontà si traducesse in una roadmap globale vincolante nel testo finale. Il rischio è che la transizione rimanga a macchia di leopardo: decisioni nazionali, iniziative regionali e mercati privati dovranno colmare il vuoto politico. Per TreeBlock e per le aziende attente alla sostenibilità, il messaggio è chiaro: non aspettare l’accordo perfetto a livello globale — accelerare la transizione interna, chiedere trasparenza nella filiera e sostenere azioni di advocacy è oggi la strada più concreta per non rimanere indietro