Intervista al Prof. Attilio Pisanò
Professore ordinario di Filosofia del diritto, studioso di diritti umani e climate litigation, Attilio Pisanò porta la sostenibilità fuori dagli slogan: “È impossibile parlare di sostenibilità, se a monte non ripensiamo il rapporto tra esseri umani e natura”.
La sostenibilità è spesso raccontata come una tendenza: un’etichetta, un linguaggio “buono” per comunicare. Per il Prof. Attilio Pisanò è l’esatto contrario: è un passaggio necessario, che riguarda cittadini, istituzioni e imprese. Nel dialogo con TreeBlock, il suo messaggio è chiaro: senza un cambio di sguardo, la sostenibilità rischia di restare un discorso vuoto.
Nel dibattito sulla sostenibilità, la voce del Prof. Pisanò arriva da un punto di osservazione particolare: non quello delle tecnologie “green” o dei bilanci ESG, ma quello dei diritti. Professore ordinario di Filosofia del diritto all’Università del Salento, è coinvolto in reti e progetti di respiro internazionale: è Principal Researcher del Political Terror Scale (University of North Carolina) e figura tra i riferimenti del progetto del British Institute of International and Comparative Law sulle strategie legali legate al clima, coordinando il lavoro per l’Italia.
Tra le sue opere, spicca il volume “Il diritto al clima. Il ruolo dei diritti nei contenziosi climatici europei.” (Edizioni Scientifiche Italiane, 2022): un titolo che sintetizza la sua tesi di fondo, cioè che la crisi climatica non è soltanto “ambiente”, ma un tema di cittadinanza, equità e tutela della vita quotidiana. Un percorso che intreccia ricerca e didattica con un filo conduttore costante: capire come nascono, cambiano e si allargano i diritti quando cambia il mondo.
Una sostenibilità che parte dalla cultura (prima che dalla norma)
La sostenibilità, nella lettura di Pisanò, non è un capitolo aggiuntivo: è un cambio di paradigma. Nell’intervista rilasciata a TreeBlock la formula è asciutta: “La sostenibilità non è una moda”.
Il motivo è semplice: se ne discute da decenni e, oggi, non riguarda più soltanto “buone pratiche”, ma la possibilità stessa di garantire condizioni di vita dignitose e diritti effettivi.
Il punto, però, non è solo quanto la sostenibilità conti, ma da dove cominciare. E qui Pisanò sposta l’asse: “È impossibile parlare di sostenibilità… se a monte non ripensiamo il rapporto tra esseri umani e natura”.
Tradotto: senza un riequilibrio profondo tra ciò che facciamo e ciò che il pianeta può reggere, ogni strategia rischia di restare cosmetica.
C’è anche una parola-chiave che usa per descriverla: apertura. Un atteggiamento sostenibile, spiega, significa aprirsi non solo agli altri esseri umani, ma anche a ecosistemi, animali, ambiente, guardando “oltre la siepe” dell’immediato.
Il pensiero forte: responsabilità diffusa e diritti universali
La visione di Pisanò non si ferma ai principi: entra nel concreto di ciò che facciamo ogni giorno. Uno dei passaggi più incisivi dell’intervista riguarda la responsabilità individuale, spesso sottovalutata perché frammentata in micro-azioni: “Il cambiamento climatico… è determinato dalla sommatoria di tanti piccoli gesti individuali”.
È una frase che ribalta la tentazione di delegare tutto a “grandi decisioni” e chiama in causa cultura, abitudini, educazione.
E quando si chiede quale parola vorrebbe restasse legata al suo nome, Pisanò non sceglie “ambiente” o “sostenibilità”: sceglie diritti. “Sicuramente la parola diritti”, dice, collegandola al diritto a vivere in un ambiente salubre come diritto fondamentale che dovrebbe valere ovunque, non solo nelle aree più tutelate.
Il “fuori onda” che racconta il cambiamento: i Fiumi con Diritti propri
Qui entra in gioco un tema che Pisanò richiama spesso nei suoi studi: la possibilità che il diritto riconosca nuove soggettività – non umane – come portatrici di tutela. E non è teoria: nel mondo stanno crescendo i casi di natura con personalità giuridica.
- 1- Ecuador (2008): la Costituzione ha introdotto i Rights of Nature (Pacha Mama), riconoscendo alla natura il diritto al rispetto della sua esistenza e alla rigenerazione dei suoi cicli vitali.
- 2- Perù (Marañón, 2024): un tribunale nella regione di Loreto ha riconosciuto il fiume Marañón (e affluenti) come soggetto titolare di diritti, includendo il diritto a “scorrere” e a essere “libero da contaminazione/inquinamento”, con misure di tutela e governance; la decisione è stata poi confermata in sede di appello nel 2024.
È un passaggio culturale potente: se un fiume può avere diritti, allora la sostenibilità smette di essere “buona volontà” e diventa una questione di giustizia e responsabilità.
Cosa emerge dall’intervista: tre messaggi, soprattutto per le imprese
Nella conversazione con TreeBlock, Pisanò consegna tre indicazioni che parlano direttamente anche al mondo aziendale.
- 1- Uscire dalla retorica “costo vs. sostenibilità”
Riconosce che per molte aziende adeguarsi significa affrontare costi e complessità, ma il consiglio è netto: “Non guardare alla sostenibilità solo da un punto di vista economicistico”, bensì coglierne opportunità e benefici sociali di lungo periodo. - 2- Il diritto da solo non basta
Le norme servono, ma funzionano davvero solo se sono accompagnate da comportamenti, cultura e sensibilità condivisa: senza questo, la regolazione resta fragile. - 3- La bussola è intergenerazionale
Il criterio ultimo, dice, è non consegnare alle generazioni future condizioni di vita peggiori: la sostenibilità è una responsabilità collettiva che si proietta nel tempo
In sintesi, l’intervista con Attilio Pisanò mette la sostenibilità in un posto scomodo ma necessario: non nella sezione “valori” di un documento, ma nel cuore delle scelte che facciamo — come cittadini, come istituzioni, come imprese. E soprattutto la lega a ciò che più conta quando l’aria si fa sottile: i diritti, e il futuro che li rende possibili.

